La mia Alta Via del Garda

Puntata 1

Dopo qualche giorno dal termine delle fatiche mi misi a trascrivere gli appunti del viaggio aggiustandoli e integrandoli. Il testo di quel diario di viaggio è in corsivo. Sono state aggiunte successivamente le indicazioni dei sentieri: ovvero le nuove numerazioni 2020. Il percorso descritto è per escursionisti esperti (EE). Quello che segue è il racconto di un viaggio, l’indicazione di una traccia, la descrizione di esperienze, e pensieri, utili per chi voglia ripercorrerlo. Chi va in montagna leggerà anche cose ovvie.

 

20/07/2006 Torri del Benaco (VR)

Ombra finalmente! Seduto! Piazzale di imbarco del traghetto che trasporta passeggeri e macchine da Toscolano a Torri e viceversa. Finalmente mi gusto, inseguendola da panchina a panchina, l’ombra dei platani. Seduto vicino a me il mio compagno di viaggio di una settimana. È sporco, lercio e madido quanto me e, quanto me, felice di essere arrivato in fondo a quest’avventura, presumo: affardellato com’è non ha una grande varietà di espressioni, solo due spallacci logori. Solo stamattina ero a quasi 2000 metri di quota, felice di camminare lungo la dorsale che dal rifugio Chierego prosegue fino passare nei pressi del forte di Naole e poi va giù verso Caprino.Le ultime quattro ore sono invece state un delirio di caldo, asfalto, polvere, cicale assordanti e erba secca. Senti il lago, lo vedi, senti la gente che si diverte, senti quasi l’acqua tra le dita, ma sei immerso in un secco bagno di calore. Il traghetto, o meglio i traghetti che partono e arrivano carichi di macchine, moto, bici e gente sarebbero l’ideale mezzo per unire la fine all’inizio del viaggio, ma non della storia.

 

Prologo

Non so che periodo dell’anno fosse, probabilmente un inverno, di almeno dieci anni prima quando me ne stavo nella sala operativa della sede intercomunale di protezione civile a guardare con attenzione una grande carta Kompass (102 Lago di Garda e Monte Baldo). Mi attirò una serie di bandierine con la sigla “BG”, e seguendole lungo il filo rosso che rappresentava un sentiero si riusciva a fare per intero il giro del lago in montagna. Fantastico. Ma ancora più fantastico fu scoprire una serie di bandierine con la sigla “AG” ovvero alta via del Garda. Come le “BG” anche le “AG” si susseguivano unite da un sentiero che si svolgeva ancora intorno al lago, ma stavolta ad una quota media maggiore. Ero quasi ipnotizzato dalla cartografia e continuamente cercavo di capire quanta fosse la strada, i dislivelli, i giorni necessari, i passi, i rifugi. Ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo: un toponimo, un simbolo, un corso d’acqua; mi sono fatto una copia di tanti fogli A3 del percorso. E tutto il mio entusiasmo è finito lì. Le copie nel cassetto. Aspettavo un motivo, il momento giusto per partire. Non sono del tutto a digiuno di montagna, nottate in tenda, camminate, fornelletti e quindi sapevo che, per poter riuscire, la cosa doveva essere progettata a dovere ed essere fatta nel momento in cui le montagne ti sappiano accogliere da amico e non da sfidante. O forse è il contrario? E così sono passati dieci stagioni in cui ogni tanto provavo un pezzo di percorso, andavo ad un rifugio, mi esercitavo con l’affardellamento dello zaino. Finalmente a dicembre 2005 ho discusso la mia tesina e questo era un buon motivo, non l’unico: ve ne erano altri nascosti nelle pieghe del mio tempo e della mia anima. Giro del Garda in Kayak o Alta Via del Garda? Intanto che decidevo da Gennaio iniziarono le uscite serali di corsa, da marzo la bicicletta, da maggio anche il nuoto e il palindromo kayak. Ma avevo già deciso. Il sabato era il giorno giusto per le escursioni in montagna, per testare alimentazione, e materiali, ma soprattutto le mie forze. Arriva luglio con il suo caldo torrido e i tanti fulmini specialmente in montagna. So che ci sarà un periodo abbastanza lungo senza perturbazioni serie, ma con qualche temporale passeggero. È ora di partire, ma devo rimandare per una riunione urgente. Perdo così 4 giorni di sicuro sole e in più la riunione all’ultimo momento salta. Non cominciamo bene. I miei gloriosi nonché comodi scarponcini, che mi avevano accompagnato in tante escursioni, e che avevo deciso di ringraziare lasciandoli essere protagonisti di questa avventura, non erano più al meglio della forma e la suola era ormai troppo liscia. Ho sperato fino all’ultimo che il calzolaio potesse risolvere il problema, ma niente da fare. Non cominciamo bene. I nuovi scarponcini mi davano dei fastidi e qualche vescica e avevo seri dubbi che potessero sostituire degnamente i miei precedenti umili servitori. L’altro grosso problema era l’affardellamento dello zaino: come suddividere i vari indumenti, e il cibo, e il sacco a pelo: porto quello vecchio e ciccione o comprarne uno nuovo meno ingombrante? Porto con me la tenda? Penso di averlo fatto e rifatto almeno dieci volte ed ogni volta toglievo qualcosa. Alla fine ho trovato apparentemente il giusto equilibrio: una felpa, una camicia pesante ed una leggera, 4 paia di pantaloni corti in cotone e uno lungo, 10 magliette, un giubbino impermeabile, calze e mutande varie, una mantella cerata, un barattolone in plastica a chiusura ermetica per riporvi documenti, i sali, le barrette energetiche, pane, biscotti, formaggio, miele, te, caffè solubile, zucchero, un fornellino, tazza, pentolino in acciaio, e altre cosette tra cui un libro (sciocco pensavo di avere la forza di leggere…) Il bidoncino si è rivelata una scelta azzeccata. Così come mettere vestiti e cibo in un sacco nero della spazzatura. Inoltre nello zaino troveranno posto tanti altri oggetti come una torcia e la bussola, il coltellino, kit per medicazione e imprevisti, telino termico, spago, una copia di riserva della cartografia…la macchina fotografica, e le borracce, asciugamani, sacco a pelo ultra leggero e piccolo…. Più o meno 18 chili. Niente tenda, dormirò nei bivacchi o rifugi o alberghi e se mi capiterà di starmene a dormire fuori… poco male. Niente come preparare uno zaino ti fa pensare a quante cose inutili coinvolgiamo nella nostra vita quotidianamente, solo perché possiamo scaricarle su qualcosa o qualcun altro. Ma quando si tratta delle tue spalle… Di ogni oggetto ne valuti il peso, l’ingombro, ma soprattutto la reale possibilità che serva perché durante il cammino potrai contare solo sulle tue spalle, sulla tua schiena, sulle tue gambe, i piedi: il viaggiare è un gran lavoro di squadra che deve essere ben distribuito.

Puntata 2 - 13/07/2006

Studiavo fantasiose soluzioni per partire da casa a piedi e tornare a piedi, ma a volte la razionalità, per fortuna, ha il sopravvento sul romanticismo e così farsi accompagnare in macchina fino a che la strada asfaltata lo permette è stato determinante. Il commiato con mio padre è stato asciutto, dovevo mostrare sicurezza, serenità così da non provocare apprensioni. Sono solo sulla strada bianca che da Gaino sale lungo la valle delle Archesane (sentiero 220-279) per arrivare o al monte Pizzoccolo o a Campei de Sima. La maggior parte delle altre tappe è già stata decisa. Questa, la prima, che doveva essere l’inizio di tutto, proprio no. Così come l’ultima. Non cominciamo bene. Passa la vecchia cartiera, la centrale idroelettrica, il vecchio mulino, sembra che ad ogni passo sia una quinta che si stia muovendo, non io, salvo sentire il caldo e il peso dello zaino. Una bella bevuta alla fonte delle Camerate e do la piena alla borraccia di riserva (se non l’avessi fatto sarei rimasto senza acqua). Continuo a salire ed ecco in lontananza il primo bivio importante e la prima decisione: sinistra 3 ore di salita e Pizzoccolo (sentiero 202), destra meno di 2 ore e Campei de Sima (sentiero 279) guadagnando almeno 3 ore sul giorno dopo. Ad ogni passo la parte razionale dice destra a cui risponde con fermezza il cuore: bisogna vedere l’alba di questo primo giorno dal Pizzoccolo. Questo era ciò che accadeva dentro di me.  Intorno a me un signore alquanto chiaccherone, piuttosto in gamba e leggero di zaino, si era proposto come folletto di compagnia già da un bel pezzo di strada. Simpatico, ok, ma nemmeno rallentamenti ad hoc e fermate per sistemare gli scarponi con l’invito a non perdere il suo passo lo hanno fatto desistere, almeno fino ad un certo punto in cui ha deciso una solitaria deviazione. Arrivo al Palazzo delle Archesane: fermarsi all’ombra su una panchina perfetta sotto un albero perfetto è questa l’urgenza. La maglia fradicia, e comincio già a odiare la morsa dello zaino. Toglierselo e camminare è come volare, sentire l’aria che liberamente ti circola addosso è un piacevole fastidio. Mi stacco dalla fatica e comincio a guardare l’antichità del palazzo, immaginando quando i signori di queste terre venivano a far caccia e festa in questo luogo. Quasi sento i rumori e i profumi dei banchetti dopo la caccia, i cani che guaiscono finchè qualcuno non lancia loro un boccone, l’odore della carne sul fuoco. Chi me lo fa fare di andare ancora più su, tanto vale fermarsi qui alcuni giorni. Con un grande sforzo mi rimetto lo zaino sulle spalle e punto al bosco oltre la radura. (sentiero 202) Poco prima del bivio che porta al rifugio Pirlo (sentiero 280-287) il folletto mi raggiunge sbucando dal sottobosco, quasi saltellandomi intorno mi tenta, invitandomi ad un buon pranzo al rifugio. Scelgo la via del Pizzoccolo (sentiero 287). Sono quasi le due del pomeriggio e ormai il le Prade sono a pochi passi e all’incrocio con un altro sentiero (il 223 che va  a San Urbano) scorgo sul muretto a secco un segnavia bianco e rosso su cui si è posata una farfalla; salendo ancora mi sorprendo nel vedere così tante bisce d’acqua in un laghetto più piccolo di una piscina da giardino, probabilmente faranno man bassa dei poveri girini che se vogliono scampare devono crescere in fretta: manca l’acqua, e sono perseguitati da mostri affamati (almeno 5). Fermarsi a riflettere è sempre una buona scusa per chi ha il passo stanco. Gli ultimi “scalini” di pietra bianca e liscia prima di arrivare al bivacco costringono le mie gambe ad uno sforzo che sembra non finire mai, condito da goccioloni pesanti di sudore.

Un’altra persona è arrivata prima di me e due poco dopo, poche parole anche perchè la coppia è straniera ed intenta a cercare un posto senza le bagole delle pecore.Vedere lì delle persone un po’ mi ha infastidito, soprattutto pensando che anche loro potessero pensare di bivaccare lì. Volevo che questo viaggio fosse mio e pretendevo di bastare a me stesso. Non volevo ospiti con cui condividere il mio tempo e usare comportamenti e parole di circostanza. Evidentemente non ero ancora abbastanza stanco per lasciare cadere quei muri che mi ero creato. Le pecore sono le vere padrone, anche se al momento si sente solo la puzza e qualche belato lontano. Mangio, mi riposo e cerco di ambientarmi. Resto meravigliosamente solo, il cielo si scurisce e comincia a brontolare. Le pecore si accalcano sotto i tavoli, davanti alla porta della chiesa, sotto i muretti: sono stanche ed accaldate o prevedono un temporalaccio?

Arriva solo una mezz’ora di benefica pioggia: sono quasi a secco di acqua e quindi cerco di raccoglierne un po’ per il caffè della sera e la colazione. La cena è stata a base di una zuppa di fagioli in busta…. fantastica. Prima che piovesse sono riuscito a gironzolare un po’ tra la cappella, la rosa dei venti e i puntatori delle varie vette, l’anemofaro. Non c’è corrente elettrica e il buio arriva punzecchiato dalle luci della sponda del Garda e, poco prima dal rombo dell’ultimo catamarano in arrivo a Salò (è l’unico rumore che si sente della vita che sta là sotto) seguito da tre centauri in moto da cross che spaventano non poco le povere pecore che ancora, insaziabili, brucano. Dentro al bivacco cerco una scusa per stare sveglio, cerco degli appigli per la mia curiosità, per i miei sensi che ancora sono inzuppati delle immagini, dei suoni che ho lasciato. Mi ritorna in mente la farfalla sul segnavia e che forse anche chi va in montagna (alta o bassa come questa) dovrebbe comportarsi come una farfalla: ci deve essere leggerezza nel nostro comportamento verso ciò che circonda, non lasciare segni del nostro passaggio se non qualcosa che arricchisca, quindi nulla, mentre bisogna essere pesanti con la sicurezza e la conoscenza dei propri limiti. Sento il vuoto, e il silenzio, rotto solo dai campanacci delle mie padrone di casa, sono entrambi molto forti. Sul camino trovo qualcosa che proprio non mi aspetto: una stella alpina fatta in filo di ferro con la stessa tecnica che pensavo di aver inventato. Illuso! E la stella è molto bella. Il soppalco è piuttosto duro e il sacco a pelo non è un morbido materasso, e poi le gambe che non vogliono stare ferme, hanno provato la gioia e il dolore del cammino e ora sono rinchiuse in un sacco di tela imbottita; la notte singhiozza tra botte di caldo e freddo. La totale solitudine, la strana paura che ti fa mettere un bastone contro la porta perché niente e nessuno entri senza fare fatica e rumore, la stanchezza, l’aspettare l’alba di questo primo giorno non mi fanno dormire un gran che. Che sensazione starsene sul cucuzzolo a guardare il sole che piano accarezza il Garda. Che sensazione sentirsi il fiato di un gregge sul collo che ti segue come la loro guida, anche quando mi siedo, mi circondano e le più ardite provano a brucarmi. Poi da nord arriva un deltaplano a motore (sono le 6 di mattina…) e il gregge si allontana. Spero di non aver rovinato qualche foto al deltplanista.

Puntata 3 - 14/07/2006

È ora di partire verso Campei de Sima dove farò la mia seconda colazione (dal passo spino sentiero 280  o dei Lodroni, che coincide con alta via 10 e fino a Campei de Sima con il sentiero dei due laghi). Non pensavo che la discesa fosse così lunga, questo è uno dei tratti incogniti del percorso, e quando arrivo al piccolo borgo ristrutturato dagli amici alpini, con grande sorpresa trovo tutto chiuso, bivacco compreso. Solo il bagno è aperto. Un paio di mesi prima ero proprio lì con altri alpini del mio gruppo per il turno di apertura e mi era sembrato di capire che a luglio il rifugio dovesse restare aperto sempre. Poco male, il sole scalda, l’acqua della fontana è fresca e una bella lavata ci vuole: sia a me che alle magliette fradice ancora dal giorno prima. Erba appena tagliata l’odore è buono. Consulto la cartina e si riparte (sentiero 280). La prossima notte voglio passarla a Capovalle, da Tullio. Il tragitto è piacevole, morbido sotto i piedi e il sole è attenuato dall’ombra del bosco. Dove il bosco appena si allarga c’è un albero morto e sotto delle palline grigiastre. Sono il rigurgito di qualche rapace notturno che probabilmente usa l’albero come posatoio. Guardo, cerco altre tracce, magari sono fortunato e trovo un bel soggetto da fotografare; niente. Passerò altre volte in quel punto, troverò ancora palline, ma mai niente da fotografare. Prima o poi ci andrò di notte. Arrivo ad un incrocio di strade sterrate e poco sotto la Malga Corpaglione. C’è una pozza e mi accoglie il volo di un rapace che si alza infastidito da un albero nell’esatto momento in cui varco il confine del suo spazio di sicurezza. Tentare di usare la macchina fotografica è inutile. Questo avvistamento lo prendo come un buon segno. Pranzo all’ombra e mentre sto per concludere arrivano due ciclisti francesi, saluto e mi sento quasi imbarazzato, ma anche loro, perché l’Italia aveva appena vinto i mondiali. Alcuni anni prima avevo seguito un percorso molto lungo e faticoso (sentieri 480-471-472-474) e ne avevo un ricordo grigio e molto umido. Grigio per il tempo e per la amputazione al cuore (quello che fa da casa ai sentimenti) che avevo subito, umido perché le ultime tre ore le avevo passate sotto una pioggia battente: l’unica cosa piacevole che ricordo sono state le more di cui mi sono ingozzato e la cena fatta con gli amici che mi sono venuti a prendere per riportarmi a casa. Al Passo di Ganone proseguo per il Passo dei Vici (sentiero 280-480). Lungo la salita che porta a Coccaveglie (Alta Via 10) mi prende un gran dolore al ginocchio sinistro. Ma è strano perché fa male solo in salita, mentre in piano sparisce. Arrivo ad una chiesetta (nei pressi della colonia ricavata dalla vecchia caserma) e mi tuffo sotto la fontanella, entro un attimo non per pregare ma per godere dell’ombra. In giro ci sono dei ragazzini lungo una salita ne incontro una comitiva: qualcuno saluta, qualcuno non mi vede nemmeno, una commenta con << ma da quanto è in giro questo>>. Ciò mi fa pensare che il piccolo monte che avevo sulle spalle a loro sembrasse ancora più grande e probabilmente il mio aspetto e il mio profumo non fossero dei migliori. Giunto nei pascoli in alto, (sentiero 473) nei pressi del fienile del Veronese, dovevo decidere che strada fare anche perché in cielo qualche nuvolone faceva sentire la sua presenza e la sua voce. Mi affido ad una strada forestale (salto l’imbocco dell’attuale sentiero 470 che va giù molto ripido e proseguo per il fienile del Los da cui parte la lunga strada forestale che poi si ricongiunge al 470) che con tornanti lunghissimi mi lusinga con una bellissima vista sull’abitato di Capovalle, ma sembra non finire mai. E le nubi sono sempre più grigie scure e con quel sordo rumore che sembra quello di un intestino irritato: in entrambi i casi non fa prevedere nulla di buono. Arrivo al cartello di Capovalle e cominciano i goccioloni. Non poteva aspettare 5 minuti? Lo sapevo che non dovevo fermarmi a fare le fotografie… Riesco ad indossare la mantella con qualche difficoltà e mi incammino verso il paese; due minuti di buon passo e sono sull’uscio dell’albergo, in quel momento smette di piovere. Smonto lo zaino dalle spalle e lo sistemo fuori dalla stretta porta. Entro timidamente, chiedo una camera, la padrona mi sorride e mi accoglie come se fossi un gattino fradicio: non devo avere un gran aspetto. Quando entro con la catena montuosa-zaino per andare in camera mi sento osservato da occhi grandi, con sguardi misti tra stupore e compassione, da quei pochi personaggi che gironzolano per la sala del ristorante. La stanza è perfettamente piccola, con un bagno perfetto, una finestra grande e perfetta tutto estremamente a misura giusta. In quel momento non poteva che essere così, avevo il disperato bisogno di un luogo chiuso dove poter ritrovare i miei limiti, ma soprattutto avevo bisogno di una doccia e un letto. Improvviso una lavanderia, e uno stendibiancheria davanti alla porta finestra. E poi finalmente doccia e un po’ di letto prima della cena. Le nubi si alzano e si fa vedere l’ultimo sole del giorno e insensatamente decido di fare un giro in paese e qualche foto. Mi perdo ad osservare il monte di fronte, una casa Lilla, formiche su un albero. Il ginocchio sembra funzionare meglio, ma è presto buio e ora di cena. Non potevo capitare in un giorno migliore perché una comitiva ha prenotato lo spiedo e, come d’abitudine, ne fanno sempre un po’ di più. Il locale è conosciuto anche per il buonissimo spiedo e già più di una volta sono venuto a mangiarlo. Uno scaffale pieno di barattoli contenenti erbe aromatiche attira per un po’ la mia attenzione e i miei pensieri. La cena sparisce tra le mie fauci: zuppa di porcini e spiedo e birra (sete, tanta). Sono pieno, sazio nella pancia e nello spirito vista l’accoglienza e la gentilezza dei gestori; arriva la gente che aveva prenotato lo spiedo (non smetterò mai di ringraziarli). Pago, mi accordo per il giorno dopo dato che partirò presto, e ottengo la fiducia per farmi la colazione da solo (qualche estate da barista a qualcosa è servita). Sono molto stanco e vado in camera, per un po’ leggo, guardo la cartina, sistemo lo zaino, crollo. La notte in camera passa tra il vociare della gente al ristorante, i tuoni e fulmini e lo scroscio violento dell’acqua. Lampi tuoni, scrosci d’acqua, mi sento un po’ come uno dei tre porcellini con fuori il lupo che sbuffa e sbatte per entrare: i muri sono solidi, non si passa. Non capisco se le gambe vogliano ribellarsi alla fatica fatta durante il giorno oppure si stiano allenandosi per il giorno dopo: sono in movimento tutta notte a volte con scatti improvvisi e impetuosi. Il male al ginocchio ho poi scoperto che era un crampo dovuto alla continua tensione del muscolo che controlla che la punta del piede sia alzata durante i passi in salita. 

Puntata 4 15/07/2006

Alla mattina mi faccio la colazione come da accordi. Nella semi oscurità della sala e nell’assoluto silenzio mi dilungo nell’osservare la rotazione della bustina del tè quando è sopra la tazza: in un documentario storico relativo ad armi da guerra spiegavano come torcendo delle corde ottenessero una riserva di energia da far esplodere attraverso enormi balestre, nel mio caso il peso della bustina bagnata provocava lo srotolamento della cordicella e la conseguente rotazione e un leggero soffio di aria calda sulle mani. È una vita che faccio colazione con una tazza di tè e solo ora mi accorgo di questa leggera carezza. Lavo la teiera e la tazza e poi parto verso il sole. Lungo la salita asfaltata (sentiero 477) che porta al Monte Stino mi dà il buongiorno l’involo indispettito di un bel rapace appollaiato su un albero poco sotto la strada, non mi ero accorto della sua presenza, ma cosa ci faceva così vicino alle case?

Prima di arrivare alla zona fortificata del Monte Stino c’è una chiesetta e mi colpisce la data scolpita sull’architrave 15/07/1979: quindici luglio, proprio come oggi. Questa prima parte del percorso l’avevo già camminata con il buon amico Paolo e il ricordo era di aver faticato molto, soprattutto a trovare la strada. Mi ricordo del caldo del pomeriggio e di quella folata di aria fresca arrivata a rompere i nostri pensieri che Paolo rese palpabile e visibile dicendo << Sembra quasi di bere un bicchiere d’acqua>>. È l’ora del caffè e quale posto migliore se non in quel che resta nella vecchia cucina da campo a servizio delle fortificazioni dove “Quassù lavorando e cucinando sempre in agguato, le nostre eroiche donne nella vittoria hanno sperato”. 

Lascio lo zaino e giro in quel che resta di postazioni fortificate, grotte per l’alloggiamento dei cannoni, i posti di guardia. Sul monte di fronte, al tempo della guerra, c’erano altri uomini che avevano negli occhi lo stesso sole, la stessa montagna, lo stesso lago, respiravano la stessa aria, ma vivevano dai lati opposti di una linea immaginaria, e per questo nemici “Muti qui stavan artiglieri e fanti in attesa di ordini allarmanti”. In una cassetta ci sono ossa di militari e muli insieme, così era anche quando erano vivi, difficile per un profano distinguerle, così era anche quando sotto il peso messo da altri erano loro a faticare, soffrire, spegnersi.

Riparto convinto di aver trovato una strada migliore (sentiero 456), diversa, da quella che avevo programmato e la seguo in discesa, ma poi ho l’impressione di sbagliare e tornare su è ancora più faticoso. Riprendo il cammino su una traccia nei prati (sentiero 478var) e se da una parte è bello girare liberi nell’erba, dall’altra il pensiero è trovare il sentiero. Come nei racconti antichi pieni di simbolismi appare un rapace che dolcemente si lascia trasportare dalla termica, poesia per i miei occhi, pura necessità per lui. Concentrico al suo volo, strettamente ancorato al suolo una guglia di montagna si fa uomo con barba e cappello: è intento a seguire una motofalciatrice. Poche parole, semplici e benevole e poi mi indica la strada: troppo poche parole e troppo semplici, molti dubbi. Tra dubbio e fiducia scelgo la fiducia e mi ritrovo in un mare d’erba umida, scivolosa e in pendenza, resisto senza scivolare e incredibilmente sono esattamente nel punto indicato dalla montagna fatta uomo e sul sentiero che cercavo (Bocca Cocca sentiero 75 fino a Bocca di Valle che in alcune cartografie è indicato come 298 sentiero dei Lanzichenecchi, poi 297 fino all’incrocio con il sentiero 274 attuale alta via 10). Voglio arrivare a Cima Rest e se al momento non capii nomi e posti che la provvidenziale guida mi disse, poi li ritrovo tutti esattamente lì dove mi erano stati indicati.

Più si beve e più si suda. I temporali delle notti passate fanno sudare abbondantemente la roccia e sotto una parete levigata cadono gocce grasse. Non hanno ritmo e luogo, sembra che qualcuno si diverta a lanciare a casaccio delle leggerissime biglie, o dei cristallini palloncini gonfiati che cambiano continuamente traiettoria spostati dalla brezza. Senza pensare alla fatica e allo zaino mi ritrovo a rincorrerle per farmele arrivare dritte in bocca. Mi sento felice di questo non pensare, di rincorrere dei bagliori che si materializzano in acqua. È stato un esplodere del bimbo che è dentro di me, una gioia bella, pulita come i giochi che si facevano all’asilo. Me ne rendo conto mentre mi sto rovesciando con lo zaino ancora sulle spalle, per fortuna un faggio mi sostiene. Ci rido su, dopo di che sarà un lungo camminare di sconforto perché la meta non arriva mai, al contrario di continue salite e discese.

Quando le discese diventano troppo lunghe mi viene sempre da dubitare che ci sia la fregatura. Guardo bene la cartografia e capisco che arrivato al Ponte Franato dovrò riguadagnare 5-600 metri di quota (sentiero 274 fino a località Pilaster dove si prende a destra il 267, poi sempre a destra  a Malga Alvezza sul 299). Non sono molto contento di questa scoperta anche perché fa caldo, molto, e camminare con qualche grado in meno non mi dispiacerebbe. Non mi dispiacerebbe nemmeno essere lasciato in pace da tafani e mosche e moscerini. Sembra quasi che aspettassero me per fare festa. Probabilmente erano stufi di dare noia a dei poveri asini legati all’ombra e ne cercavano un altro. Comincio a spazientirmi del caldo, del fatto che sono fradicio di sudore, dello zaino, delle bestie volanti che non mi danno tregua, non capisco se la strada è giusta oppure no, tra poco finirà il pomeriggio e non sono arrivato anzi… Finalmente un tratto in ombra e poi riconosco i tetti di paglia dei fienili della zona di Cima Rest. Ma ho ancora ansia perché so che il giorno dopo ci sarà una celebrazione alpina sul Monte Caplone e non vorrei che già stasera qualche alpino occupasse i pochi posti disponibili. La speranza è che la trattoria di Rest faccia anche da albergo. Un cartello su un tornante del sentiero (299) mi invita a fare due passi nella foresta: in quel momento, dopo quasi dieci ore di cammino, mi sembrava una presa in giro. Cima Rest finalmente. Entro all’osteria e cortesemente mi dicono che fanno solo da mangiare. Qualcuno c’è l’ha con me, penso. Il prossimo rifugio è a 15 minuti di cammino, in salita, ancora salita (Malga Corva, nel 2006 rifugio Scoiattolo). Arrivo 2 ore prima del tramonto sperando in una branda. C’è posto, c’è la doccia calda, c’è il filo per stendere i panni, c’è un buon menù, c’è una bimba fantastica con una mamma dolcissima (e il papà cuoco) con cui faccio subito amicizia, c’è un signore di città che ogni tanto scappa fin qui, c’è una coppia tedesca che probabilmente fa il percorso inverso al mio, c’è una dolce sera arancione e il calore di persone che non ho mai conosciuto, è tutto molto pacato, semplice, onesto. C’è anche la televisione e sorseggiando una delle tante birre di quella serata, mi accorgo di essere assorto a guardare un documentario sulla vita marina… Sistemo la branda e lo zaino e strapiombo nel sonno, domani mi aspetta una prima parte di sentiero (299 e poi 267b) ben conosciuto, quello che porta al Caplone, dovrò attraversarlo per poi arrivare a Tremalzo.

Puntata 5 16/07/2006

Alla mattina una nebbia grigia mi fa da colazione, un buon caffè con vista della cima del Caplone è decisamente impagabile. La giornata resta grigia, perfetta, non avrei sopportato un altro raggio di sole dopo quello dei giorni precedenti. Scendere lungo la via militare (sentiero 444 che coincide con l’alta via 10 , da Bocca di Lorina a destra sul 184), senza alberi, bianca di roccia col sole sarebbe stata veramente una tortura. Esperienza già vissuta qualche anno prima in cui feci il percorso Cima Rest –Tremalzo e rimasi a pernottare in tenda nei pressi del rifugio Garda e seguendo un’altra via ritornai al punto di partenza: mi presi una lavata di capo memorabile  e giusta dal gestore del Tavagnù perchè si erano preoccupati vedendo la mia macchina parcheggiata per 2 giorni! Quando le curve e la discesa della strada militare stavano per finire non seppi resistere alle fragoline di bosco. Riempirsi le mani e la bocca delle fragoline più fragoline mai assaggiate, dolci, profumate, croccanti, arrendevoli: felicità. Che bello quando sembra che il tuo corpo sia in sintonia con il mondo e che questo sappia esattamente quello che ti serve e dartelo nel momento esatto. Sulla curva che precede la salita al passo di Tremalzo (Passo della Cocca, sentiero 184) ho mangiato il mio ultimo pezzo di formaggio che mi ero portato e anche l’ultima fetta di pane nero; d’ora in poi a pranzo solo barrette energetiche. Mentre mangio salgono diversi ciclisti in mountain bike, spesso sono coppie e stranieri. C’è una strettoia da passare, non me la ricordavo, è una galleria la cui volta è probabilmente franata e ora sembra un piccolo canyon su cui è già iniziata la colonizzazione della vegetazione che presto ridarà un tetto alla galleria. È domenica e la montagna è piena di gente, specialmente se può arrivare in alto in auto. Tra la varia umanità che si gode il fresco mi sorprende un gruppo di indiani dalle camicie abbottonate fino al collo e il pulloverino (mi ricordano molto gli anni 70 e 80). Passo Tremalzo è zuppo di persone con ciabatte e mocassini, non scarponi. Mi fermo a Malga Ciapa, mi sistemo lo zaino e poi, salgo fino al passo a telefonare. Nello stanzone di Malga Ciapa sono da solo, e la doccia è decisamente fantastica, lavo, strizzo e appendo le memorie delle mie fatiche. Mangiare una volta al giorno ti fa veramente apprezzare quello che hai davanti (le barrette energetiche nutrono il corpo, un piatto ben fatto riempie anche l’anima). Chiedo, faccio un po’ di domande sul percorso per la prossima tappa: Riva. Le facce non sono molto convinte ma le risposte vanno tutte su una strada. Allora farò quella. (sentiero 184 fino a Passo Prà della Rosa e poi 184-457 fino al passo Nota).

Con il patrocinio di
0001_edited.jpg

Associazione Le Vie del Benaco

Via Padre Francesco Santabona, 9

25010 San Felice del Benaco

(Brescia)

C.F. 96041820174

LE VIE DEL BENACO

Lago di Garda

  • White Facebook Icon
  • White Instagram Icon

info@leviedelbenaco.it
Tel: +39 347 9648383

© 2020 Le Vie del Benaco